Il latte fa bene all’Italia. Come migliorare la sanità e il benessere delle bovine

L’allevamento di bovini da latte ha da tempo la necessità di raggiungere una serie di obiettivi, alcuni legati alle normative in vigore (es. benessere animale, riduzione uso antibiotici), altri riconducibili alla necessità di garantire la sostenibilità degli allevamenti (ridurre i costi sanitari e le perdite produttive) e altri ancora, non ultimi, collegati alle istanze che provengono dai consumatori e che riguardano la sicurezza alimentare, la qualità dei prodotti e il benessere degli animali.

I principali obiettivi sono interconnessi. Il benessere animale non può prescindere da un adeguato ed elevato livello di sanità animale. E quest’ultimo non può essere raggiunto se non attraverso una corretta ed efficiente gestione igienico-sanitaria dell’allevamento. D’altra parte, il raggiungimento di tutti questi obiettivi è indispensabile per soddisfare le istanze dei consumatori, ma anche per garantire un equo reddito all’allevatore e, quindi, la sostenibilità economica dell’allevamento.

Alcune problematiche che riguardano l’allevamento del bovino da latte rientrano in un ambito più ampio che interessa la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente. Queste problematiche sono sempre più spesso affrontate attraverso una logica cosiddetta di One Health (letteralmente, una sola salute). Approccio sempre più conosciuto e usato che ha il preciso obiettivo di promuovere e sviluppare una visione della salute che riguardi l’uomo, l’animale e l’ambiente nel loro insieme.

Un metodo che dovrebbe essere considerato vincolante sia in medicina veterinaria, sia in medicina umana. L’approccio One Health, infatti, è indispensabile perché i problemi di natura sanitaria hanno conseguenze che vanno oltre i confini geografici, di specie e di ambito, e uno squilibrio in uno solo degli ambiti si ripercuote inevitabilmente sugli altri. Il raggiungimento degli obiettivi di qualità delle produzioni, di riduzione dei rischi igienico-sanitari e di mantenimento del benessere animale non può che derivare da un sistema integrato che coinvolga le diverse componenti della filiera produttiva e che sia mirato a prevenire i problemi, identificando i rischi e proponendo tempestivamente soluzioni che li possano ridurre o eliminare. Tale obiettivo non deve però essere disgiunto dal mantenimento della redditività dell’allevamento. Non può, infatti, sopravvivere un allevamento che produce in perdita prodotti salubri e di qualità, così come animali ammalati non possono fornire alimenti idonei al consumo. E non è possibile che, in nome del profitto, si producano alimenti o sostanze potenzialmente pericolose o nocive.

Un tema decisamente attuale, e che deve essere perseguito con determinazione e costanza anche a livello della produzione di latte, è la riduzione dell’uso degli antibiotici. Riduzione che deve avvenire attraverso un impiego più prudente ed efficiente.

Le linee guida europee e, soprattutto, la nuova Direttiva sui farmaci veterinari (2019/6) che verrà applicata nel secondo semestre del 2021, prevedono una serie di azioni volte a ridurre e migliorare l’uso degli antibiotici in veterinaria.

L’Unione europea ribadisce che la terapia antimicrobica non deve essere applicata di routine, né deve essere un modo per compensare problemi legati a un insufficiente livello igienico, a carenze a livello ambientale o a scarse capacità gestionali. La normativa è focalizzata sul problema dell’uso preventivo degli antibiotici relegando questo uso a casi specifici ed eccezionali. L’indicazione più importante per portata e impatto è il divieto del trattamento sistematico delle vacche in asciutta. Questa indicazione rappresenta un grosso problema per gli allevatori non solo italiani, poiché toglierà la possibilità di applicare la misura di prevenzione per le infezioni mammarie più efficace e sostenibile.

La terapia in asciutta selettiva prevede di distinguere le bovine da trattare con antibiotico da quelle che devono essere asciugate senza trattamento antibiotico. Sia che lo si veda dal punto di vista pratico, sia dal punto di vista legale, questa distinzione deve essere basata su una valutazione oggettiva e accettata da tutte le parti coinvolte (allevatore, veterinario aziendale, veterinario ufficiale). L’approccio più logico e pratico è la valutazione del contenuto cellulare del latte della bovina alla messa in asciutta, definendo delle soglie oltre le quali viene permesso il trattamento e sotto le quali invece il trattamento non è consentito.

La definizione di animale ammalato peraltro, non è un problema solo sanitario, ma un criterio che dovrà essere utilizzato dal veterinario ufficiale per poter verificare che i trattamenti applicati in allevamento siano conformi alle normative o meno. Pertanto, tali definizioni non possono e non devono essere arbitrarie, dovrebbero essere comuni in tutta la nazione o, almeno, a livello di singola regione, senza che ci siano le purtroppo frequenti variazioni a livello locale che possono minare la credibilità degli interventi.

L’applicazione della terapia selettiva, determina inevitabilmente una riduzione dell’uso degli antibiotici in asciutta, ma deve tener conto dell’inevitabile aumento delle infezioni post-parto. Una sperimentazione promossa da Regione Lombardia, e realizzata dal Dipartimento di medicina veterinaria dell’Università di Milano in collaborazione con Aral, ha permesso di definire un protocollo per la messa in asciutta e di verificarne gli effetti su oltre mille bovine di nove differenti allevamenti.

Tale protocollo è stato sviluppato sull’elaborazione dei dati relativi a 45.682 bovine per poter definire le soglie di trattamento in base ai dati cellulari dell’ultimo controllo funzionale. Da tali dati si è definito un valore soglia di 100mila cellule/ml per le primipare e di 200mila cellule/ml per le bovine più vecchie.

Il protocollo è riportato nella figura 1. I risultati preliminari della sperimentazione mostrano come i trattamenti in asciutta si siano ridotti complessivamente del 43%. Come atteso, negli animali non trattati si è osservato un aumento delle positività batteriologiche dopo il parto. Aumento che non si è tradotto in un significativo incremento delle mastiti cliniche e subcliniche e, quindi, dei trattamenti in lattazione.

Nell’immediato futuro è necessario migliorare l’efficienza produttiva dei nostri allevamenti cominciando da un deciso cambio di passo nella gestione igienico-sanitaria dell’allevamento. Manca una procedura operativa pratica e standardizzata. Questa procedura, definibile come buone pratiche di allevamento (Bpa), deve collegare le tecniche di allevamento più appropriate a sistemi di monitoraggio e di verifica dello stato sanitario e di benessere degli animali in grado sia di allertare l’allevatore della comparsa di rischi sanitari e produttivi, sia di consentire la certificazione della presenza di un ottimale stato sanitario e di benessere. L’esempio delle mastiti ci dimostra come alcune componenti delle Bpa siano già presenti in molti allevamenti. Si tratta, quindi, di utilizzare queste informazioni, razionalizzando il processo e identificando obiettivi concreti.

La valutazione dello stato sanitario dell’allevamento è un pratico esempio che coinvolge sia le buone pratiche di allevamento, sia i pre-requisiti richiesti per potere procedere con un’efficace riduzione dell’uso degli antibiotici in allevamento. Ma questa valutazione non può prescindere dalla conoscenza dell’eventuale presenza di infezioni da agenti contagiosi. Una verifica che oggi può essere effettuata in modo semplice e poco costoso mediante le tecniche molecolari. In base ai risultati, quindi, si potrà impostare un programma di eradicazione o valutare la presenza e il ruolo di altri agenti patogeni nel caso che la qualità del latte e/o i livelli produttivi non risultino essere ottimali. Le metodologie e i protocolli sono disponibili e validati, quello che serve però è un supporto tecnico che sia organizzato, efficiente e competente in materia. L’adozione di tali metodi operativi permetterà di ridurre frequenza e costo delle infezioni mammarie, minimizzando contemporaneamente l’utilizzo dei farmaci e permettendo l’applicazione della terapia in asciutta selettiva.

Un’analoga impostazione può essere applicata alle differenti problematiche eventualmente presenti in allevamento mediante uno schema operativo lineare, semplice ed efficace (Figura 2). Una volta applicate queste procedure, sarà semplice verificare se sono stati raggiunti gli obiettivi prefissati per la sanità animale, se le ricadute sullo stato di benessere animale sono positive e se sarà salvaguardato il reddito dell’allevamento.

In risposta alla crescente richiesta di ridurre l’uso degli antibiotici e, allo stesso tempo, di garantire il benessere degli animali, il mercato sta proponendo una serie di alternative, quali la genomica, la diagnostica rapida in campo, il controllo mediante sensori di varie fasi produttive, le terapie alternative non basate su antibiotici e i vaccini. La raccomandazione è che, prima di applicare una di queste nuove tecnologie, si verifichi innanzitutto se il metodo proposto sia supportato da una consistente e coerente base scientifica che dimostri un reale beneficio per uno o più degli aspetti sopra ricordati.L’obiettivo comune sia dell’allevatore sia del trasformatore dovrebbe essere produrre prodotti di qualità e, attraverso questi, aumentare il proprio profitto, nel rispetto delle norme e delle attese dei consumatori. Proprio questo obiettivo condiviso dovrebbe essere la leva che permetterà di affrontare il problema in modo proattivo e non solo attraverso un sistema basato su multe e penalità.

Alfonso Zecconi

Il latte fa bene all’Italia. Come migliorare la sanità e il benessere delle bovine - Ultima modifica: 2020-02-06T09:00:17+00:00 da Redazione Dairy

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