Lattebusche supera quota 110 milioni

È il fatturato dell’ultimo bilancio, in crescita rispetto all’esercizio precedente. Una realtà che lavora 1,4 milioni di quintali di latte all’anno. Tutta materia prima che proviene dai soci. Con la quale si producono ben quattro formaggi dop: il Grana Padano, l’Asiago, il Piave e il Montasio. Oltre a latte fresco, yogurt, stracchino, mozzarella, mascarpone, casatella, burro, gelati

Il presidente Augusto Guerriero.

Sorge nell’area meno battuta dalle mete turistiche delle Dolomiti, nella zona del Feltrino orientale (Valbelluna) e produce ben quattro formaggi Dop: il Grana Padano, l’Asiago, il Piave e il Montasio. Si tratta della cooperativa Lattebusche, nota anche per i suoi caratteristici bar bianchi – diffusi nella zona del bellunese e in diverse altre province del Veneto – in cui migliaia di consumatori locali o semplici turisti di passaggio possono assaggiare latte e formaggi freschi.

Lo stabilimento di Busche.

La storia della cooperativa inizia alla fine degli anni Cinquanta ed oggi è una delle realtà più floride di tutto il nord est, come ci racconta il presidente Augusto Guerriero.
“La nostra cooperativa è nata dall’iniziativa di quaranta soci produttori che diedero vita alla Latteria sociale cooperativa della Vallata Feltrina. L’atto costitutivo è datato 1954, anche se poi la produzione è stata avviata qualche anno dopo, nel 1958. La novità della latteria sociale era che, a differenza delle latterie turnarie molto diffuse in quegli anni, a fronte del latte conferito dai soci veniva corrisposta una remunerazione in denaro (nelle turnarie invece, in cambio del latte consegnato, si prendeva burro o ricotta o formaggi, in una sorta di baratto)”.

Il Bar Bianco di Busche (Bl).

In pochi anni la cooperativa costruì il suo primo stabilimento produttivo nella zona di Busche (Bl) e cominciò la produzione di formaggi, per lo più generici. Tra gli anni ‘60 e ‘70 Lattebusche lavorava anche per conto terzo per altre aziende private, ma a partire dagli anni ‘80, dopo aver cambiato il nome in Lattebusche, ha cominciato a vendere prodotti con marchio proprio.
Nel 1969 c’è stata l’inaugurazione del primo spaccio, che ha festeggiato proprio qualche mese fa i suoi primi 50 anni di attività. Gli spacci sono diventati delle realtà molto diffuse e riconoscibili nel nostro territorio ed hanno preso il nome di “bar bianchi”, poiché insieme al latte e ai formaggi, vengono somministrate bevande di ogni tipo, ad eccezione di quelle alcoliche. Attualmente sono nove i Bar Bianchi Lattebusche, tutti in Veneto.

Presidente, quali sono attualmente i numeri della cooperativa?

La crescita dimensionale di Lattebusche è stata progressiva: fino ad oggi abbiamo realizzato complessivamente oltre 20 fusioni per incorporazione con altre cooperative del territorio.

Un pascolo nel Bellunese.

Attualmente associamo circa 380 soci produttori, in sei province del Veneto e anche in provincia di Trento. Abbiamo sei siti produttivi nel Veneto: due in provincia di Padova, uno in provincia di Vicenza, due in provincia di Belluno e uno in provincia di Venezia. Siamo una realtà importante che lavora 1,4 milioni di quintali di latte all’anno, che vuol dire 3.600 quintali di latte al giorno.

Quali i prodotti?

Tutta questa materia prima proviene dai nostri soci. Viene trasformata in un’ampia gamma di prodotti che va dal latte fresco allo yogurt, dal burro alla mozzarella fino ai formaggi duri.

Il Bar bianco a Sandrigo (Vi).

Lavoriamo tutti i prodotti freschi e freschissimi e ben quattro Dop: Piave, Montasio, Grana Padano e Asiago. A completamento della gamma abbiamo anche la produzione di gelati industriali, che vengono realizzati nello stabilimento in provincia di Venezia.

Qual è il vostro bilancio?

Abbiamo chiuso l’ultimo fatturato superando quota 110 milioni di euro, in crescita rispetto all’anno precedente. Si tratta di ricavi tutti realizzati nel territorio nazionale, grazie prevalentemente al canale della grande distribuzione, al quale si aggiunge quello della vendita diretta (che da solo fattura 11 milioni di euro) e del canale e-commerce che è stato da poco inaugurato e che è in crescita. Abbiamo sul nostro sito un negozio online attraverso il quale è possibile acquistare la gran parte dei nostri prodotti, come le nostre quattro Dop.

E come mai non vendete all’estero?

Perché all’estero non commercializziamo direttamente, bensì attraverso il nostro consorzio di secondo grado Agriform, di cui deteniamo una quota pari al 40%. Tutti i nostri prodotti che vanno all’estero, in particolare il Grana padano e il Piave, passano tramite Agriform.

Continuiamo a parlare di mercato. Come sta andando il mercato del latte fresco?

Il latte fresco, come è noto, è in perdita da anni. Noi però nel segmento del fresco abbiamo una marca “territoriale” molto diffusa e conosciuta. Inoltre abbiamo immesso sul mercato un latte biologico di alta montagna, prodotto da 12- 13 stalle situate ad oltre mille metri di quota nella provincia di Belluno che riescono a garantire un’ottima qualità. Certo, si fa fatica, perché il mercato è in mano a pochi grandi marchi multinazionali che possono vendere a prezzi che noi non possiamo permetterci. Ciò tuttavia, noi siamo riusciti a mantenere la nostra quota di mercato.

E le grandi Dop?

Le Dop vanno in maniera alternata. Il Grana ha avuto quest’anno prezzi alti con quotazioni estremamente positive. Il 2020 è iniziato invece con prospettive diverse, visto che si tratta di una Dop che risente non poco del contesto geopolitico internazionale.

Stabilimento di Busche, la linea per la produzione del Piave.

Le tensioni con gli Stati Uniti ci fanno temere che vengano ritoccati i dazi, che già hanno colpito negli ultimi mesi i formaggi italiani. Si tratta di decisioni che possono mettere in difficoltà le grandi Dop. E anche l’incertezza dello scenario della Brexit non fa che aggiungere altre nubi all’orizzonte. A mio avviso poi, il problema delle Dop è, più in generale, è quello dell’equilibrio di mercato.

In che senso?

La questione è semplice e riguarda la regola principe del mercato, l’equilibrio tra domanda e offerta. Il mercato italiano delle grandi Dop è oggi sostanzialmente in calo, ma la produzione tende sempre a crescere e ciò è un problema. Bisognerebbe contenere le produzioni, specie quelle del Grana Padano. L’Asiago e il Piave non hanno di questi problemi: l’Asiago è un prodotto territoriale, non ha un prezzo di vendita molto remunerativo e non dà molta redditività, la gran parte va venduto fresco.

Lattebusche
Formaggio di Montagna (in primo piano) e Bio di Montagna.

Il Piave è un formaggio della nostra provincia, quasi esclusivamente della nostra azienda e noi riusciamo ad autoregolamentarci: per dare una buona remunerazione bisogna venderlo a un prezzo accettabile, se si considera che è un prodotto che fa magazzino e ha 12 mesi minimi di stagionatura.

Quali ricette per il futuro?

La strada per crescere è quella degli investimenti. Tutte le linee produttive hanno bisogno di essere ammodernate e rese più efficienti. Abbiamo in programma per i prossimi tre anni investimenti importanti. Il primo è stato già fatto e finito, è lo stabilimento di Padova dove abbiamo rimesso a nuovo la produzione di Asiago dop.

La gamma dei prodotti caseari Lattebusche.

Un nuovo investimento verrà fatto nello stabilimento di Busche di Cesiomaggiore e in quello di Sandrigo, dove facciamo Grana Padano. Gli interventi verranno realizzati anche con importanti contributi del Ministero dello sviluppo economico e della Regione Veneto.

E in tema di benessere animale?

Il benessere animale è una strada irreversibile, intorno alla quale a mio avviso si muoverà tutta la zootecnia da latte e da carne. Come Lattebusche eravamo già partiti ancora prima del Consorzio del Grana Padano, con un nostro protocollo sul benessere animale che poi è stato riadattato al metodo Cremba. Tutti i nostri 380 soci hanno aderito e vengono attualmente sottoposti a visite da parte di veterinari specializzati. Aspettiamo le valutazioni finali di tutte le aziende socie e poi discuteremo all’interno dei nostri consigli di amministrazione, di tempi e modalità per istituire specifiche premialità.

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LE 21 COOPERATIVE
DI “VERDE LATTE ROSSO”

Questo è il settimo articolo che IZ dedica alle cooperative lattiero-casearie riunite nell’Alleanza Cooperative Agroalimentari che hanno promosso e finanziato la campagna di comunicazione Verde Latte Rosso, con l’obiettivo di raccontare l’eccellenza del latte italiano e delle sue produzioni di qualità.
Nei sei numeri scorsi dell’Informatore Zootecnico sono stati pubblicati report sulla Latterie Plac di Cremona, sulla TreValli Cooperlat di Jesi, su Arborea, su Ca’ de’ Stefani, sul Consorzio zootecnico di Vicenza, su Latte Maremma. Ora è la volta dunque di Lattebusche. Seguiranno singoli articoli sulle altre cooperative.


Ecco l’elenco completo delle cooperative (l’ordine di pubblicazione potrebbe variare).
Plac Fattorie Cremona
TreValli Cooperlat
Latte Arborea
Ca’ De’ Stefani
Consorzio Provinciale Zootecnico e lattiero-caseario, Vicenza
Latte Maremma
Lattebusche
Granarolo
Latterie Vicentine
Parmareggio
Pennar di Asiago
Piemonte Latte
San Donato
Sant’Andrea
Santangiolina
Soligo
Soresina
Trentingrana
Valsabbino
Venchiaredo
Virgilio

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LA COOPERATIVA IN SINTESI

Denominazione: Lattebusche sca.
Località: Busche (Bl).
Anno di costituzione: 1954.
Numero di allevatori soci: 380.
Raccolta media: 1,4 milioni di quintali di latte all’anno, conferiti dai soci.
Dipendenti: 300, impiegati nei vari siti produttivi e nei punti vendita.
Stabilimenti produttivi: cinque.
Fatturato: 110 milioni di euro.
Presidente: Augusto Guerriero.
Direttore: Antonio Bortoli.
Sito internet: www.lattebusche.com
Facebook: lattebusche
Instagram: lattebusche

 

Lattebusche supera quota 110 milioni - Ultima modifica: 2020-06-29T11:02:40+00:00 da Redazione Dairy

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